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Paolo Nicolao:
«A Torre ho scoperto me stesso»

L’inizio del campionato 2022/23, sabato 24 settembre, propone ai giovani del Valpellice Bulldogs un debutto di fuoco. Misureranno immediatamente le proprie ambizioni affrontando, sul ghiaccio amico, una squadra di valore: il Valdifiemme. Tra i pilastri dei trentini, oggi 31enne, c’è un atleta che – esattamente dieci anni fa – arrivava a Torre Pellice con un viso da ragazzino e un carico di speranze tipico dell’età: Paolo Nicolao (vedi scheda).

Paolino, nella vita professionale, potrebbe fare il promoter della Val Pellice, tanto gli occhi gli s’illuminano quando ne parla. Certo, esiste un presente, cui – ovviamente – è votato. Ma la nostra chiacchierata, lo vedrete, vivrà momenti di grande emozione specialmente quando sarà declinata al passato.

«Non vedo l’ora di tornare a giocare al Cotta Morandini – premette il centro del Valdifiemme –. La Valpe è una neopromossa, noi siamo vice-campioni in carica, ma le partite, a inizio stagione, sono tutte un punto di domanda: dipende molto dal grado di preparazione con cui ci si presenta all’appuntamento. Inoltre, le squadre che si affacciano per la prima volta al campionato, proprio come quella torrese, esprimono sempre grande entusiasmo: ogni giocatore ha voglia di mettersi in mostra sul nuovo palcoscenico».

Da parte di Nicolao non è un discorso di pretattica, di pura scaramanzia. Paolo sa bene quanto questa Valpe sconti i limiti del noviziato: «È giusto porsi con umiltà – ammette –: la mancanza di due stranieri capaci di “fare le giocate” può farsi sentire. Il gruppo della Valpe, tuttavia, è coeso e, soprattutto, ha già dimostrato di saper vincere. Non dimentichiamo, infine, che gli elementi di esperienza non mancano affatto: penso a Pozzi e Rosso, o ai miei grandi amici Canale e Mondon Marin».
Pronostico aperto, dunque? «Rispetto alla finale di pochi mesi fa, noi abbiamo cambiato mezza squadra – evidenzia –. C’è chi ha smesso, come Rudi Locatin. Gabriel Vinatzer, il top scorer, è passato al Caldaro, mentre il portiere Simone Peiti, grande punto di forza, è salito in Alps con l’Unterland. Proprio da Egna è arrivato, al suo posto, Moritz Steiner, che partirà titolare per la prima volta in carriera, dopo gli ottimi play off disputati la stagione passata, anche contro di noi. Grazie al rapporto di farm team sottoscritto con l’Unterland, potremo avvalerci di tante altre promesse… Ma della vecchia guardia, a Cavalese, siamo rimasti in pochi: Derek Eastman, che gioca come italiano essendosi sposato in Val Gardena (i tifosi della Valpe lo ricorderanno, appunto, nel Gherdëina o nel Vipiteno, ndr); Enrico Chelodi, il capitano (che ha appena compiuto 40 anni, ndr); i due gemelli svedesi Oscar e Victor Ahlström, provenienti da Merano (avete presente i gemelli Sedin che giocavano a Vancouver? Qualcosa di simile, fatte le debite proporzioni!, ndr); e infine io».

Nicolao, da quando ha lasciato l’ombra del Vandalino per tornare nella natía Cavalese, non ha mai fatto gol a una squadra torrese: «Ho incontrato due volte la ValpEagle, in Ihl, e in entrambe le occasioni sono rimasto “a secco”. Intendiamoci: se dovessi andare in rete, farebbe parte del mestiere. Ma non è una cosa che sogno: non ho rivincite da prendermi».

Un pezzo di cuore, è chiaro, è rimasto a Torre Pellice. «Sono arrivato da voi che ero un ragazzo, me ne sono andato che ero… un ragazzo grande. In valle ho scoperto chi era il vero Paolo. Ancora oggi, a Cavalese, per qualcuno sono “Paolino Valpellice”: quando si gioca contro di voi, tutti mi chiedono consigli e informazioni».

Nicolao (primo da sinistra) con la maglia giallonera del Valdifiemme (archivio Paolo Nicolao).

PRIME ESPERIENZE A TORRE

Aveva 21 anni, Nicolao, quando giunse per la prima volta a Torre Pellice. Non era alla sua prima esperienza hockeistica lontano da casa, avendo già giocato a Fassa e – soprattutto – tre stagioni a Pontebba.

Arrivò in biancorosso in seguito allo smantellamento della squadra friulana, insieme al general manager Fabio Armani e a nomi altisonanti come quelli di Brian Ihnačak, Slavomir Tomko e Nick Anderson. «Avevo già firmato un contratto con l’Ev Bozen, in A2, cominciando la preparazione con loro. Una clausola, però, mi permetteva di liberarmi in caso di offerta da un club di Serie A. Alla fine, l’insistenza di Armani ebbe la meglio sulle mie ritrosie. Sapevo che Torre era una piazza calda, con tanta pressione. E non nego che la cosa mi spaventasse un po’. Ricordo il primo viaggio, lunghissimo, da Cavalese a Torre Pellice: dieci ore sotto la pioggia, da solo, al volante della mia Alfetta. Ero atteso al Cotta Morandini e ogni tanto ricevevo una chiamata: “Dove sei?”. Arrivai che ero sfinito. Ma già la prima sera, Matteo Mondon Marin – che conoscevo per averlo ospitato una notte a Pontebba mentre si recava in Slovenia per aggregarsi alla Nazionale – volle portarmi al laghetto di Bobbio…».

A volte il destino ha dei luoghi prediletti e la Val Pellice si è sempre dimostrata “fortunata”, per Paolino: «Al vecchio Filatoio avevo vinto uno Scudetto Under 14 con il Fiemme. Ricordo che dormivamo all’hotel Gilly e un grande cartello annunciava la costruzione del nuovo stadio: proprio quello in cui avrei giocato anch’io».

Con la maglia del Pontebba, a dirla tutta, Nicolao aveva già testato il Cotta Morandini, il 3 dicembre 2009, segnando perfino: «Ma quella partita, trasmessa in diretta tv da RaiSport, non è certo passata alla storia per il mio gol, bensì per quello del portiere della Valpe Craig Kowalski! Eravamo andati in vantaggio 0-4 a metà gara, finimmo per perdere 7-4 con palombella del goalie a porta vuota…».

Meno di tre anni dopo, sulla stessa lastra ghiacciata, Paolino si sarebbe specchiato per la prima volta in biancorosso: colori destinati a diventare la sua seconda pelle.

 

UN ANNO PER SENTIRSI A CASA

«La prima stagione mi concentrai anima e corpo sull’hockey. Ero consapevole che, per alcuni, un giocatore giovane come me “rubava” il posto a un coetaneo del luogo. Dovevo farmi apprezzare sul campo. Sportivamente, fu bellissimo. Vincemmo la Coppa Italia e sfiorammo lo Scudetto: risultati mai ottenuti prima nella storia! Torre Pellice mi portava davvero fortuna e, al contempo, mi sentivo una specie di talismano per la Valpe».

Una spalla dolente e un’operazione da affrontare in estate non stemperarono l’entusiasmo per la nuova avventura, datata 2013/14: «È stato il mio anno migliore. Giocavo a fianco di Strong e Nunn, oppure di Brian Ihnačak. Da centro di vocazione, mi sono adattato al ruolo di ala: ma accanto a simili giocatori, sono riuscito a mettere a segno tanti punti. Mi sono preso il posto in squadra, e, soprattutto, nel cuore dalla gente. Di quella stagione ho ricordi stupendi in pista, ma ancora di più lontano dal ghiaccio. Ho cominciato a sentirmi uno di voi».

La voce, che arriva via telefono da Cavalese, tradisce tanta emozione: «Penso di aver conosciuto… tutti! Nico che mi ha insegnato La bergera, Ivan e Luciano, la gente al bar di Torre o di Bobbio… Soprattutto, ho incontrato il vero Paolo: prima ero troppo giovane, dovevo ancora capirmi fino in fondo».

Sentirsi a proprio agio aiuta a esprimersi in pista: «Ricordo l’intervista in occasione della prima convocazione in Nazionale. “Te lo aspettavi?”. “Onestamente no”. La seconda, invece, era ormai nell’ordine delle cose». Si chiama acquisizione della consapevolezza.

Il ricordo della terza stagione a Torre Pellice, in verità, è un po’ opaco: «Cambiammo l’allenatore e tanti giocatori. Non tutto andò per il verso giusto e si manifestarono diversi problemi economici. La definirei l’annata hockeisticamente peggiore».

La quarta, invece, è stata indimenticabile. «Nel 2015/16 portammo a casa una Coppa Italia che è storia, come e più della prima. Ci imponemmo nella final four di Brunico, battendo in finale i padroni di casa con una rete di Ilić! E lo facemmo in un contesto davvero particolare: mancavano i soldi al punto che al Cotta Morandini le docce erano gelate. Quel trionfo ha un posto privilegiato nel mio cuore perché, a differenza di quello del 2012/13, l’ho condiviso con degli amici. La prima Coppa Italia è stata un’emozione personale, la seconda di gruppo. Con Pietro Canale e Matteo Mondon Marin formavo la “green line“, la linea d’attacco preferita dall’allenatore Tom Barrasso. Ce lo ripeteva sempre e lo fece anche nei Quarti di finale disputati contro l’Asiago, che riuscimmo a trascinare, clamorosamente, a Gara 7: “Siete la chiave della serie”. In Gara 1 ci schierò contro i più forti tra i veneti: Ulmer, Bentivoglio e Luciani. Non solo non subimmo gol, ma ne realizzammo due! Il segreto? Sentivo di giocare con accanto due fratelli. Un’emozione mai provata prima e che, difficilmente, sperimenterò ancora. Quell’anno ne passammo talmente tante che il gruppo si cementò. A causa della crisi societaria, non percepivamo denaro: chi è rimasto a Torre fino alla fine, l’ha fatto solo per il piacere di divertirsi, come succedeva quando eravamo bambini. Il general manager Armani è sempre stato bravo a trovare stranieri forti e con la giusta mentalità, il coach Barrasso infondeva a tutti una grande tranquillità, il pubblico ci trascinava. L’Asiago, alla fin fine, ha dovuto proprio sudarsela, la qualificazione alla semifinale!».

Forse, la già citata Gara 1 con gli asiaghesi, vinta 4-7 in trasferta il 1º marzo 2016, è stata la partita più bella di Nicolao in maglia Valpe. «Ne ricordo un’altra a Milano, il secondo anno con Mike Flanagan sul pancone (2013/14, ndr). Brian Ihnačak, a fine gara, volle assegnarmi l’elmetto che, in spogliatoio, contrassegnava il miglior giocatore. Lo fece con un rispetto davvero inatteso. Non amo parlare di me, preferisco ragionare a livello di linea: ma in quella stagione mi sentivo davvero di poter “spaccare”».

Il sogno valligiano si è concluso bruscamente, per Paolo Nicolao, nell’estate 2016, con la rinuncia alla Serie A da parte dell’H.C. Valpellice. «Ho dovuto tornare a casa e trovarmi un lavoro, perché in Val di Fiemme non si vive certo di hockey. Forse, se non fosse successo quel che è successo, questa chiacchierata la staremmo facendo al Cotta Morandini, condividendo una birra tra “torresi”… Probabilmente, però, le cose sono andate come dovevano andare. Sono legatissimo alla mia terra d’origine e alla mia famiglia: era tempo che tornassi a casa, con nuove consapevolezze».

Una pausa prelude a un’ultima, simpatica confessione: «Sai che il primo anno a Cavalese andavo all’allenamento indossando il berrettino “Cuore Valpe”?».

La “green line” della Valpe di Tom Barrasso: da sinistra, Pietro Canale, Paolo Nicolao e Matteo Mondon Marin (archivio Paolo Nicolao).

(contenuto originale Hockey in Val Pellice – L’Ora del Pellice)