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Mike Guimond, lo straniero della prima Valpe in A

Contenuto originale di Hockey in Val Pellice.

Alla fine dell’estate 1976, smaltita la sbornia per la storica vittoria del campionato di Serie B, con relativa promozione in A, l’Hockey Club Valpellice fa i conti con la nuova, costosissima realtà. Sono finiti i tempi dell’hockey “fatto in casa”, o, per dirla con le parole del grande giornalista Mauro Deusebio, di «una struttura societaria di tipo familiare e paternalistica». A lungo si teme, addirittura, di dover rinunciare all’approdo nel massimo campionato, come già era avvenuto nel 1953. Si prospetta, addirittura, lo scioglimento del club. Poi si decide di tentare l’avventura. Si vendono tanti piccoli spazietti sulle maglie dei giocatori (oggi è normale, all’epoca un’innovazione). Si riceve in dono il materiale dismesso dal disciolto Ice Club Sestriere (in cambio si giocherà con il loro simbolo sulla casacca gialla). All’ultimo si trova l’abbinamento con un mobilificio della cintura di Torino: Mobilandia. E si comincia a sognare.
Uno straniero, sotto al Vandalino, c’è già da anni: David Enouy, da Kirkland Lake, è di casa in valle dal 1972. Servono altri giocatori in grado di fare la differenza. E i nomi “esotici” sono quelli che solleticano di più la fantasia di tifosi e dirigenti. Si vocifera del cecoslovacco Vladimir Marton o del possibile ritorno del portiere oriundo Roberto Valentini. Alla fine, è Enouy a suggerire un nome: quello di un suo amico, avversario nelle leghe giovanili del Nord del Canada, ai confini tra Ontario e Québec. Si chiama Michel Guimond (pronunciato alla francese), ma per tutti è Mike (all’inglese). 

«Sono il 1º luglio 1951 nato a Rouyn-Noranda, nella provincia del Québec. Dista 90 chilometri dal lago Kirkland, nella provincia dell’Ontario», racconta Guimond a Hockeyinvalpellice. I territori sono collegati dalla Trans Canada Highway e non c’è soluzione di continuità nel panorama. È una vastissisma zona di laghi e foreste a perdita d’occhio. Di pesca, di natura incontaminata, di miniere. E, naturalmente, di hockey.
Mike passa il confine provinciale e si trasferisce nell’Ontario settentrionale. Kirkland Lake conta circa 8.000 abitanti, appena più di Luserna San Giovanni, sparsi, però, su una superficie di 2.961,52 chilometri quadrati: poco meno della metà dell’intera provincia di Torino.
L’hockey su ghiaccio, per i ragazzini di questa remota area canadese, è uno sport “immediato”: non servono grandi stadi con piste artificiali per sperimentarsi con stecche e dischi. Le sigle dei campionati giovanili locali sono tante: perdersi è un attimo. Alla fine degli anni ’60, in quelli che noi chiameremmo tornei Under 18 e Under 20, Guimond gioca a Kirkland Lake nella squadra dell’Holy Name Irish, qualcosa come gli Irlandesi del Santo Nome. È un attaccante niente male. Viene scelto anche per disputare i playdowns provinciali con i New Liskeard Cubs.
È in queste leghe giovanili minori che incrocia David Enouy, detto Dave. Ha due anni in più (classe 1949) e milita in un altro team di Kirkland Lake, i Lions. I due diventano amici e, d’estate, giocano insieme a fastball, una specie di baseball.
Nei primissimi anni ’70 le strade intraprese portano i due ragazzi lontano: Guimond s’iscrive all’University of Waterloo, nell’Ontario meridionale, a oltre seicento chilometri da casa; Enouy valica addirittura l’Atlantico, per sperimentarsi – da professionista – nell’hockey italiano di Serie B. È il primo straniero della storia dell’Hockey Club Valpellice. Resterà in valle per otto stagioni, dal 1972 al 1980, segnando caterve di gol e dando all’antica passione hockeistica della nostra zona una dimensione internazionale.
Nel frattempo, Mike Guimond scrive la storia della formazione dell’University of Waterloo. Stabilisce record in fatto di marcature, vince da capitano il campionato universitario canadese (Ouaa) e acquisisce meriti sportivi tali da entrare nella Hall of fame dell’ateneo. Nel bel volume Fifty Years of Battle, dedicato dall’University of Waterloo ai suoi migliori atleti, il suo nome e la sua foto compaiono più volte. «Non ero abbastanza bravo, tuttavia, per diventare un professionista», ammette. E questo la dice lunga su quale sia la concorrenza, in questo sport, nel Paese della foglia d’acero.
Quando – d’estate – Mike e Dave tornano a Kirkland Lake per le vacanze, Enouy racconta a Guimond dell’Italia e del suo hockey. «Io, nel vostro Paese, c’ero già stato da studente delle superiori, nel 1969, in occasione di un viaggio d’istruzione», rivela Mike. Ma giocare nella penisola era uno scenario remoto.

Nel mese di settembre del 1976 – quello con la Valpe in bilico tra Serie A e scioglimento –giunge a casa Guimond la telefonata decisiva. Dall’altro capo della cornetta c’è Enouy: «Mi ha chiesto se fossi interessato a venire a giocare a Torre Pellice. Un altro canadese aveva rinunciato all’ultimo minuto. Io avevo finito l’università e non sapevo ancora cosa avrei fatto dopo la laurea. Quindi ho colto al volo l’opportunità e ho detto di sì».
Per lui è il primo contratto da “pro”, per quanto modesto, e la prima esperienza come giocatore all’estero. Immaginiamo l’emozione e la curiosità, all’atterraggio all’aeroporto di Milano… «Ad accogliermi ho trovato Dave. Durante il viaggio verso Torre Pellice sono rimasto colpito dalla bellezza che mi circondava». Enouy, però, diceva sempre che in Italia, rispetto al Canada, era tutto… piccolo! «Le montagne mi sono parse impressionanti, ma Dave aveva ragione: le macchine, le case in cui viveva la gente, le strade della città erano in scala ridotta!».
Anche l’hockey era “minore”? «Il livello di gioco era leggermente più basso di quello a cui ero abituato perché all’Università erano tutti forti pattinatori forti e tecnicamente validi, mentre la squadra di Torre Pellice era giovane e non tutti avevano esperienza – risponde Guimond –. Giocare a hockey, però, mi è sempre piaciuto, quindi ho apprezzato la mia esperienza in Italia perché era qualcosa di nuovo. La nostra squadra non era molto competitiva, essendo una neopromossa. Alcune delle altre formazioni di Serie A erano molto attrezzate e disponevano di buoni stranieri, provenienti, ad esempio, dalla Svezia e dalla Cecoslovacchia, quindi abbiamo perso molte delle nostre partite con un grande divario di punteggio. Giocavamo soprattutto su piste all’aperto. A Cortina, però, lo facevamo sul ghiaccio olimpico! Proprio a Cortina, ricordo una partita disputata nel bel mezzo di una tempesta di neve: il gioco veniva interrotto ogni cinque minuti per pulire la superficie ghiacciata…».
Al di là dell’aspetto agonistico, l’avventura italiana è legata solo a ricordi positivi: «Mi è piaciuta molto la gente di Torre Pellice. Erano tutti molto cordiali e sono sempre stato trattato bene. Ho apprezzato il cibo italiano, fresco e fatto in casa, e ovviamente il vino. Conoscere il francese, inoltre, mi ha permesso di imparare la vostra lingua abbastanza velocemente, viste le tante similitudini. Molti mi ha detto che, dopo un mese, parlavo meglio l’italiano rispetto a Dave, nonostante lui fosse lì da anni!».
A Torre Pellice, Guimond vive nelle camere del ristorante-pensione Flipot: «Era gestito dalla famiglia di uno dei giocatori della squadra, Mauro Viglianco. Avevo una stanza al piano superiore e mangiavo al ristorante. Mi piaceva, nei momenti di maggiore affollamento, dare una mano nel servizio ai tavoli. Al mattino andavo in giro per il paese: prendevo il mio caffè espresso in uno dei bar, poi m’intrattenevo con qualche compagno o con le persone che incontravo…».
L’esperienza valligiana di Mike Guimond è durata una sola stagione. A 26 anni era nel pieno della carriera e avrebbe potuto continuato a giocare, da “pro”, in Italia e in Europa: «La mia fidanzata, però, aveva appena finito l’ultimo anno di università. Ho deciso che era giunto il momento di sistemarmi e di iniziare una carriera nel settore immobiliare». Un lavoro che lo ha accompagnato, con successo, per il resto della vita professionale.
Parallelamente, Guimond ha continuato a giocare a hockey, sia pure nelle leghe minori e amatoriali: «Per una stagione ho bazzicato l’Industrial League, nella Federal Tavern. Poi, per altre tre, ho militato nella Northland Intermediate Hockey League, con i colori dei Kirkland Lake Blue Devils». Il livello? Niente male. «C’erano ex Nhlers, ex atleti universitari ed ex Junior A. Nel 1979 abbiamo perso 3-2 la finale del Canada orientale contro una squadra di Moncton, New Brunswick».
Mike Guimond compirà 73 anni il prossimo 1° luglio. «Sono in pensione, ormai, da 9 anni e vivo a Kirkland Lake. Sono impegnato con il Rotary Club locale e anche con la società delle motoslitte». Fino a una dozzina d’anni fa, metteva ancora i pattini per divertirsi con gli amici: «Mi sono ritirato dall’hockey solo dopo aver subito la sostituzione dell’anca. A dire il vero, ho provato ancora a giocare sei mesi dopo l’operazione, ma non mi sentivo a mio agio, quindi ho deciso che era ora di smettere!».
Si possono fare tante altre cose, tra cui viaggiare. E chissà che, un giorno, Guimond non atterri di nuovo all’aeroporto di Milano, nel Paese delle belle montagne e delle cose piccole. Purtroppo non ci sarà più Dave ad attenderlo: è mancato prematuramente un paio d’anni fa. Siamo certi, però, che – se Mike esprimesse questo desiderio – qualche tifoso della Valpe lo accompagnerebbe volentieri a Torre Pellice!

Giulio Francella, un canadese di Calabria a Torre

Versione integrata e corretta di un articolo comparso su L’Eco del Chisone del 19 aprile 2006

Quello di Giulio Francella è un nome che emoziona, se si ha qualche capello bianco. La sua è una vicenda umana e sportiva vissuta tra Canada e Italia. E, con Italia, intendiamo quella dei piccoli paesi: Paternò Calabro (Cosenza), Alleghe (Belluno) e, naturalmente, Torre Pellice.
«Negli ultimi due, dove ho giocato, torno sempre molto volentieri – racconta Francella, giunto in questi giorni in Piemonte per riabbracciare i tanti amici conosciuti in cinque anni di militanza nell’Hockey Valpe –. In Calabria, invece, il posto dove sono nato, sono stato una volta sola, negli anni ’70. Il fatto è che soffrii troppo nel vedere le condizioni in cui vivevano i miei parenti. Solo mio zio, che aveva lavorato in Canada ma poi era tornato a Paternò, possedeva la vasca da bagno».
Non era cambiata molto, la Calabria, da quando Francella bambino l’aveva lasciata, vent’anni prima, nel 1953. Giunto in Canada, crebbe in un contesto completamente diverso. E per Giulio da Paternò, nessuno sport avrebbe potuto essere più distante dalla sua provincia calabra dell’hockey su ghiaccio. O forse sì: il baseball, che secondo qualche confidente è la più grande passione di Francella. Ma questa è un’altra storia.
È nell’hockey, infatti, che – giovane e baffuto giocatore – riesce a diventare professionista. A 25 anni, nel 1975, compie la grande scelta: sarà un emigrante di ritorno. «A Sault St. Marie, la mia città canadese, avevo conosciuto due giocatori che avevano trovato un ingaggio in Italia: Alfrie Coletti (al secolo Alfredo, uno scudetto a Bolzano nel 1963, ndr) e Jerry Lacasse (capocannoniere nel ’70/71 con l’Auronzo, ndr). Mi convinsero a ripercorrere le loro orme: presi l’aereo e partii per Milano».
Uniche certezze: il talento hockeystico e due numeri su un bloc notes. «Il primo era quello del presidente dell’Hc Bolzano, Ander Amonn, ma, quando lo cercai, era a caccia in Austria. Provai, quindi, il secondo: quello di Aldo Federici, allenatore della Nazionale italiana. Fu gentile. E mi fece conoscere Renato Brivio, difensore milanese e pilastro dell’Italia, disposto a darmi dei consigli».
Da tempo si puntava sui giocatori oriundi, cresciuti in Nordamerica ma in possesso di passaporto italiano, per rafforzare la squadra azzurra. Ma le occasioni andavano colte al volo: «Brivio mi portò con sé in un ristorante. I dirigenti dell’Alleghe erano a Milano per accogliere un altro italo-canadese, Rick Cornacchia».
Un emissario veneto propose a Francella: «Vieni con noi a Jesenice. Farete una settimana di prova, tu e Cornacchia. Poi ti diremo». Giulio ricorda l’impatto durissimo con quella che al tempo era la Jugoslavia: «Era un posto angosciante, pieno di polizia. Dissi alla dirigenza della squadra: “Vi do un’ora: se vi piaccio bene, altrimenti me ne vado”». Un’ora bastò. E Francella divenne un “faro”, per l’Alleghe e per la nazionale.
Poi, nel 1977/78, l’approdo a Torre Pellice: «Per me fu un cambiamento epocale. La squadra era più debole, ma rispetto alla piccola Alleghe qui c’era vita! Il primo impatto con Torre fu il ristorante Flipot…». Era gestito da mamma Rosy, la madre del giovane capitano della Valpe: Mauro Viglianco.
Quattro anni da giocatore, uno da allenatore. Tante sconfitte, qualche bella vittoria, legami di amicizia stretti per sempre: «Come quello con il barbiere Gianni di Luserna… Ogni settimana mi voleva per farmi fare il modello! Ma i capelli non crescevano così in fretta».
«Ho sempre dato il massimo, ovunque – conclude Giulio –. Volevo lasciare un “mark”, un segno». E, indubbiamente, c’è riuscito.