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Cesare Bressan: «Che nostalgia per i tiri di polso!»

Intervista a Cesare Bressan pubblicata il 29 marzo 2003 sul primo sito non ufficiale della Valpe. Sono state tagliate alcune parti anacronistiche.

Cesare Bressan, classe 1940, è uno dei cannonieri più prolifici dell’hockey lombardo. Ha sfiorato anche la Serie A, con i Diavoli, dovendo rinunciare al massimo campionato per ragioni di lavoro, ma la sua storia l’ha scritta tra i cadetti, dove era un vero spauracchio per ogni portiere. Compresi quelli della Valpe, che perforò più volte, prima di approdare a Torre Pellice per due stagioni insieme all’inseparabile Sergio Freda.
Ancora oggi (l’intervista risale al marzo 2003, ndr) lavorano insieme: sono presidente ed allenatore dell’Hc Ambrosiana, due volte rivale in amichevole della Valpe, e continuano a dare tutto per la loro grande passione: l’hockey.


Bressan, l’espressione è banale. Ma non posso esimermi dal dire che la tua è stata una vita per l’hockey…

Sono nato a Milano il 18 maggio 1940 ed ho abitato fino al 1971 dinanzi al mitico Palaghiaccio di via Piranesi. I primi colpi di disco li ho tirati sulla strada con i bastoni rotti: allora mancavano i soldi per iniziare a pattinare con la costosa tessera.

L’hockey, in tutti questi anni, è cambiato molto…

Le principali differenze tra l’hockey di allora e quello di oggi? In Serie A, con giocatori professionisti più che ai miei tempi, è aumentata notevolmente la velocità a scapito della tecnica individuale (niente azioni e dribbling), con passaggi in profondità o – peggio – nell’angolo e… correre! Questo guaio è ormai comune al calcio, basket, tennis ed altri sport.
Nella serie inferiori (B, C) si cerca di copiare il modello dei professionisti con maggiori carenze nella tecnica individuale (troppi giocatori non sanno comandare il disco e quindi sono imprecisi nei tiri e nei passaggi. Il tiro di polso è fuori moda e non riesco ad imporlo neanche ai miei.

Da rivale o da atleta di casa, a Torre Pellice hai giocato parecchie volte. Quali ricordi leghi alla valle?

Ho ottimi ricordi di Torre Pellice dove sono stato trattato sempre molto bene e… dove il mio primo figlio ha giocato per ore alla stazione sui treni.
I tifosi, i dirigenti, il giornalista Mauro (D’Eusebio, ndr) ed in particolare l’Avvocato mi hanno colpito per la disponibilità e l’amore per questo fantastico sport.
A proposito, ricordo D’Eusebio prendere le mie difese nei confronti dell’allenatore Gregoretti che non stimava molto i milanesi Freda e Bressan (non capiva i sacrifici dei viaggi, dei mancati allenamenti). Mauro, invece, spingeva per farci integrare velocemente con la squadra.
Da rivale rammento un incontro tiratissimo dove avevo ferito sulla vecchia pista il portiere (allora senza maschera) e… fui difeso dall’Avvocato dopo alcune minacce ricevute.
Un altro nitido ricordo, più recente, è legato ad una partita decisiva – credo col Cervino – dove l’allenatore Bedogni mi chiese di fermare e di seguire come un’ombra il fortissimo Omar (De Biasio, ndr) e, grazie anche a due bastoni rotti, ci riuscii. Vincemmo l’incontro.

Chi ti convinse a fare un’esperienza nella Valpe?

Mi contattò e mi convinse il portiere Rinaldi, anche se mia moglie era contraria per la lontananza, il rischio viaggi con nebbia e i rientri notturni alle 3 o alle 4, con un lunedì lavorativo normalmente pesante. Oltre a Giovanni (Cotta Morandini, ndr) e morosa, che cercavano sempre di rendere meno noiose le attese domenicali prima della partita (io non amavo come altri il bar), ricordo con piacere Saletta, il giovane Viglianco, Enouy e il povero Manfroi.

Tra i tanti giocatori che hai incontrato in carriera, chi ti ha fatto la migliore impressione?

Peter Holzner, mio temutissimo avversario, forte e corretto rivale altotesino.

Sei stato aggregato anche ai Diavoli, squadrone di Serie A. Che momento è stato nella tua carriera?

Due volte i Diavoli hanno tentato di trattenermi ma i suggerimenti della mia povera mamma («Con l’hockey non mangi!») mi hanno convinto a limitare la carriera, per non danneggiare il lavoro. Ricordo con lucidità il mio grande dispiacere dopo i primi allenamenti e le prime amichevoli a Milano, quando giunse la convocazione per una partita infrasettimanale in Francia e io dovetti rinunciare per motivi di lavoro.