Articolo comparso su Le Valli del 15 luglio 2020.
Era stato il primo straniero nella storia dell’H.C. Valpellice, quasi un marziano sotto al Vandalino, in quel 1972. David Enouy arrivava da Kirkland Lake, nell’Ontario: grande Nord canadese, spazi immensi e foreste.
Tutto era piccolo, nella vecchia Italia: si sorprendeva che da Torre Pellice a Luserna San Giovanni si potesse arrivare a piedi, mentre lui, per lasciare la sua cittadina, doveva prendere l’aereo! Anche l’hockey, che per la Valpe era quello della Serie B, era “piccolo”. Ma lui s’innamorò dell’ambiente, dei colori, della gente e del posto, rimanendo per otto stagioni, fino al 1980, le ultime quattro in A. Si era costruito anche una famiglia. Poi, la nostalgia dei grandi spazi canadesi è stata troppo forte: quindi era tornato a casa, senza mai recidere del tutto i contatti con la valle che l’aveva amato in pista e fuori, per le sue doti tecniche e per la sua simpatia travolgente.
David Enouy è morto la notte tra il 12 e il 13 luglio, stroncato a 71 anni da un infarto. La notizia è stata comunicata ai suoi vecchi compagni e tifosi dalla ex moglie, Mariolina, attraverso le reti sociali. «Eravamo quasi gemelli: io del 4 agosto 1949, lui dell’11 – ricorda Giovanni Cotta Morandini, bandiera della Valpe -. Il suo ingaggio era stato un “capriccio” di mio padre (l’Avvocato Cotta, ndr), una sorpresa che da presidente volle fare alla squadra. David era stato testato e poi “tagliato” dal Cortina. Quindi arrivò da noi, con il suo piccolo bagaglio. Una persona eccezionale, simpatica, buona. Anche in pista, nonostante un grande fisico, non era mai cattivo. Aveva un dribbling molto largo: si faceva mezza pista ma arrivava sempre in porta».
«Nessuno di noi parlava inglese – ricorda Mauro Deusebio, giornalista, uno dei pilastri su cui poggia la storia del nostro hockey -. Ma il suo carattere solare lo aiutò ad ambientarsi subito. Legò in particolare con Gino Riva». S’insegnavano reciprocamente la lingua: «Ma la maggior parte erano parolacce!».
«I soldi erano pochi e ogni anno il contratto era più magro, ma lui tornava sempre», aggiunge Cotta Morandini. «Ci frequentavamo anche fuori dalla pista, con le mogli. Uno spirito libero, un ragazzo semplice, pieno di stupore per le cose “antiche”. La sua pettinatura fece tendenza e anche il suo vezzo di giocare senza calze: in molti vollero imitarlo, con gravi problemi di vesciche».
Alla Valpe teneva tanto, al punto da segnalare più di un giocatore adatto a rinforzare il team: «Grazie a lui vennero il portiere Valentini, l’ex compagno di università Guimond, l’ex Nhler Giannini, che era un suo compaesano», indica Deusebio.
«Ricordo che mi mostrava The Hockey News, la principale rivista specializzata canadese, che riportava le statistiche di quest’ultimo, sulla carta un campione».
Ma per dedizione e stile di gioco l’”umile” Enouy (per gli standard nordamericani) si rivelò molto più importante per la causa della Valpe: 191 reti, tra Serie A e B. Solo Petrov si avvicina, nella storia biancorossa.
Tanti i ricordi che affiorano nella mente: «David volle andare al casinò a Montecarlo, ma non ci fecero entrare perché non avevamo la cravatta e la gendarmerie ci prese per dei poco di buono – sorride commosso Cotta Morandini -. Allora finimmo a Grenoble, non proprio dietro l’angolo, per vedere Italia-Cina di hockey. Avevamo poco più di vent’anni…».
«Nello studio ho una sua foto sorridente, con la scritta “All right”. Ecco, Enouy era così», conclude Deusebio.
