Categoria: Storie

Mike Guimond, lo straniero della prima Valpe in A

Contenuto originale di Hockey in Val Pellice.

Alla fine dell’estate 1976, smaltita la sbornia per la storica vittoria del campionato di Serie B, con relativa promozione in A, l’Hockey Club Valpellice fa i conti con la nuova, costosissima realtà. Sono finiti i tempi dell’hockey “fatto in casa”, o, per dirla con le parole del grande giornalista Mauro Deusebio, di «una struttura societaria di tipo familiare e paternalistica». A lungo si teme, addirittura, di dover rinunciare all’approdo nel massimo campionato, come già era avvenuto nel 1953. Si prospetta, addirittura, lo scioglimento del club. Poi si decide di tentare l’avventura. Si vendono tanti piccoli spazietti sulle maglie dei giocatori (oggi è normale, all’epoca un’innovazione). Si riceve in dono il materiale dismesso dal disciolto Ice Club Sestriere (in cambio si giocherà con il loro simbolo sulla casacca gialla). All’ultimo si trova l’abbinamento con un mobilificio della cintura di Torino: Mobilandia. E si comincia a sognare.
Uno straniero, sotto al Vandalino, c’è già da anni: David Enouy, da Kirkland Lake, è di casa in valle dal 1972. Servono altri giocatori in grado di fare la differenza. E i nomi “esotici” sono quelli che solleticano di più la fantasia di tifosi e dirigenti. Si vocifera del cecoslovacco Vladimir Marton o del possibile ritorno del portiere oriundo Roberto Valentini. Alla fine, è Enouy a suggerire un nome: quello di un suo amico, avversario nelle leghe giovanili del Nord del Canada, ai confini tra Ontario e Québec. Si chiama Michel Guimond (pronunciato alla francese), ma per tutti è Mike (all’inglese). 

«Sono il 1º luglio 1951 nato a Rouyn-Noranda, nella provincia del Québec. Dista 90 chilometri dal lago Kirkland, nella provincia dell’Ontario», racconta Guimond a Hockeyinvalpellice. I territori sono collegati dalla Trans Canada Highway e non c’è soluzione di continuità nel panorama. È una vastissisma zona di laghi e foreste a perdita d’occhio. Di pesca, di natura incontaminata, di miniere. E, naturalmente, di hockey.
Mike passa il confine provinciale e si trasferisce nell’Ontario settentrionale. Kirkland Lake conta circa 8.000 abitanti, appena più di Luserna San Giovanni, sparsi, però, su una superficie di 2.961,52 chilometri quadrati: poco meno della metà dell’intera provincia di Torino.
L’hockey su ghiaccio, per i ragazzini di questa remota area canadese, è uno sport “immediato”: non servono grandi stadi con piste artificiali per sperimentarsi con stecche e dischi. Le sigle dei campionati giovanili locali sono tante: perdersi è un attimo. Alla fine degli anni ’60, in quelli che noi chiameremmo tornei Under 18 e Under 20, Guimond gioca a Kirkland Lake nella squadra dell’Holy Name Irish, qualcosa come gli Irlandesi del Santo Nome. È un attaccante niente male. Viene scelto anche per disputare i playdowns provinciali con i New Liskeard Cubs.
È in queste leghe giovanili minori che incrocia David Enouy, detto Dave. Ha due anni in più (classe 1949) e milita in un altro team di Kirkland Lake, i Lions. I due diventano amici e, d’estate, giocano insieme a fastball, una specie di baseball.
Nei primissimi anni ’70 le strade intraprese portano i due ragazzi lontano: Guimond s’iscrive all’University of Waterloo, nell’Ontario meridionale, a oltre seicento chilometri da casa; Enouy valica addirittura l’Atlantico, per sperimentarsi – da professionista – nell’hockey italiano di Serie B. È il primo straniero della storia dell’Hockey Club Valpellice. Resterà in valle per otto stagioni, dal 1972 al 1980, segnando caterve di gol e dando all’antica passione hockeistica della nostra zona una dimensione internazionale.
Nel frattempo, Mike Guimond scrive la storia della formazione dell’University of Waterloo. Stabilisce record in fatto di marcature, vince da capitano il campionato universitario canadese (Ouaa) e acquisisce meriti sportivi tali da entrare nella Hall of fame dell’ateneo. Nel bel volume Fifty Years of Battle, dedicato dall’University of Waterloo ai suoi migliori atleti, il suo nome e la sua foto compaiono più volte. «Non ero abbastanza bravo, tuttavia, per diventare un professionista», ammette. E questo la dice lunga su quale sia la concorrenza, in questo sport, nel Paese della foglia d’acero.
Quando – d’estate – Mike e Dave tornano a Kirkland Lake per le vacanze, Enouy racconta a Guimond dell’Italia e del suo hockey. «Io, nel vostro Paese, c’ero già stato da studente delle superiori, nel 1969, in occasione di un viaggio d’istruzione», rivela Mike. Ma giocare nella penisola era uno scenario remoto.

Nel mese di settembre del 1976 – quello con la Valpe in bilico tra Serie A e scioglimento –giunge a casa Guimond la telefonata decisiva. Dall’altro capo della cornetta c’è Enouy: «Mi ha chiesto se fossi interessato a venire a giocare a Torre Pellice. Un altro canadese aveva rinunciato all’ultimo minuto. Io avevo finito l’università e non sapevo ancora cosa avrei fatto dopo la laurea. Quindi ho colto al volo l’opportunità e ho detto di sì».
Per lui è il primo contratto da “pro”, per quanto modesto, e la prima esperienza come giocatore all’estero. Immaginiamo l’emozione e la curiosità, all’atterraggio all’aeroporto di Milano… «Ad accogliermi ho trovato Dave. Durante il viaggio verso Torre Pellice sono rimasto colpito dalla bellezza che mi circondava». Enouy, però, diceva sempre che in Italia, rispetto al Canada, era tutto… piccolo! «Le montagne mi sono parse impressionanti, ma Dave aveva ragione: le macchine, le case in cui viveva la gente, le strade della città erano in scala ridotta!».
Anche l’hockey era “minore”? «Il livello di gioco era leggermente più basso di quello a cui ero abituato perché all’Università erano tutti forti pattinatori forti e tecnicamente validi, mentre la squadra di Torre Pellice era giovane e non tutti avevano esperienza – risponde Guimond –. Giocare a hockey, però, mi è sempre piaciuto, quindi ho apprezzato la mia esperienza in Italia perché era qualcosa di nuovo. La nostra squadra non era molto competitiva, essendo una neopromossa. Alcune delle altre formazioni di Serie A erano molto attrezzate e disponevano di buoni stranieri, provenienti, ad esempio, dalla Svezia e dalla Cecoslovacchia, quindi abbiamo perso molte delle nostre partite con un grande divario di punteggio. Giocavamo soprattutto su piste all’aperto. A Cortina, però, lo facevamo sul ghiaccio olimpico! Proprio a Cortina, ricordo una partita disputata nel bel mezzo di una tempesta di neve: il gioco veniva interrotto ogni cinque minuti per pulire la superficie ghiacciata…».
Al di là dell’aspetto agonistico, l’avventura italiana è legata solo a ricordi positivi: «Mi è piaciuta molto la gente di Torre Pellice. Erano tutti molto cordiali e sono sempre stato trattato bene. Ho apprezzato il cibo italiano, fresco e fatto in casa, e ovviamente il vino. Conoscere il francese, inoltre, mi ha permesso di imparare la vostra lingua abbastanza velocemente, viste le tante similitudini. Molti mi ha detto che, dopo un mese, parlavo meglio l’italiano rispetto a Dave, nonostante lui fosse lì da anni!».
A Torre Pellice, Guimond vive nelle camere del ristorante-pensione Flipot: «Era gestito dalla famiglia di uno dei giocatori della squadra, Mauro Viglianco. Avevo una stanza al piano superiore e mangiavo al ristorante. Mi piaceva, nei momenti di maggiore affollamento, dare una mano nel servizio ai tavoli. Al mattino andavo in giro per il paese: prendevo il mio caffè espresso in uno dei bar, poi m’intrattenevo con qualche compagno o con le persone che incontravo…».
L’esperienza valligiana di Mike Guimond è durata una sola stagione. A 26 anni era nel pieno della carriera e avrebbe potuto continuato a giocare, da “pro”, in Italia e in Europa: «La mia fidanzata, però, aveva appena finito l’ultimo anno di università. Ho deciso che era giunto il momento di sistemarmi e di iniziare una carriera nel settore immobiliare». Un lavoro che lo ha accompagnato, con successo, per il resto della vita professionale.
Parallelamente, Guimond ha continuato a giocare a hockey, sia pure nelle leghe minori e amatoriali: «Per una stagione ho bazzicato l’Industrial League, nella Federal Tavern. Poi, per altre tre, ho militato nella Northland Intermediate Hockey League, con i colori dei Kirkland Lake Blue Devils». Il livello? Niente male. «C’erano ex Nhlers, ex atleti universitari ed ex Junior A. Nel 1979 abbiamo perso 3-2 la finale del Canada orientale contro una squadra di Moncton, New Brunswick».
Mike Guimond compirà 73 anni il prossimo 1° luglio. «Sono in pensione, ormai, da 9 anni e vivo a Kirkland Lake. Sono impegnato con il Rotary Club locale e anche con la società delle motoslitte». Fino a una dozzina d’anni fa, metteva ancora i pattini per divertirsi con gli amici: «Mi sono ritirato dall’hockey solo dopo aver subito la sostituzione dell’anca. A dire il vero, ho provato ancora a giocare sei mesi dopo l’operazione, ma non mi sentivo a mio agio, quindi ho deciso che era ora di smettere!».
Si possono fare tante altre cose, tra cui viaggiare. E chissà che, un giorno, Guimond non atterri di nuovo all’aeroporto di Milano, nel Paese delle belle montagne e delle cose piccole. Purtroppo non ci sarà più Dave ad attenderlo: è mancato prematuramente un paio d’anni fa. Siamo certi, però, che – se Mike esprimesse questo desiderio – qualche tifoso della Valpe lo accompagnerebbe volentieri a Torre Pellice!

Giulio Francella, un canadese di Calabria a Torre

Versione integrata e corretta di un articolo comparso su L’Eco del Chisone del 19 aprile 2006

Quello di Giulio Francella è un nome che emoziona, se si ha qualche capello bianco. La sua è una vicenda umana e sportiva vissuta tra Canada e Italia. E, con Italia, intendiamo quella dei piccoli paesi: Paternò Calabro (Cosenza), Alleghe (Belluno) e, naturalmente, Torre Pellice.
«Negli ultimi due, dove ho giocato, torno sempre molto volentieri – racconta Francella, giunto in questi giorni in Piemonte per riabbracciare i tanti amici conosciuti in cinque anni di militanza nell’Hockey Valpe –. In Calabria, invece, il posto dove sono nato, sono stato una volta sola, negli anni ’70. Il fatto è che soffrii troppo nel vedere le condizioni in cui vivevano i miei parenti. Solo mio zio, che aveva lavorato in Canada ma poi era tornato a Paternò, possedeva la vasca da bagno».
Non era cambiata molto, la Calabria, da quando Francella bambino l’aveva lasciata, vent’anni prima, nel 1953. Giunto in Canada, crebbe in un contesto completamente diverso. E per Giulio da Paternò, nessuno sport avrebbe potuto essere più distante dalla sua provincia calabra dell’hockey su ghiaccio. O forse sì: il baseball, che secondo qualche confidente è la più grande passione di Francella. Ma questa è un’altra storia.
È nell’hockey, infatti, che – giovane e baffuto giocatore – riesce a diventare professionista. A 25 anni, nel 1975, compie la grande scelta: sarà un emigrante di ritorno. «A Sault St. Marie, la mia città canadese, avevo conosciuto due giocatori che avevano trovato un ingaggio in Italia: Alfrie Coletti (al secolo Alfredo, uno scudetto a Bolzano nel 1963, ndr) e Jerry Lacasse (capocannoniere nel ’70/71 con l’Auronzo, ndr). Mi convinsero a ripercorrere le loro orme: presi l’aereo e partii per Milano».
Uniche certezze: il talento hockeystico e due numeri su un bloc notes. «Il primo era quello del presidente dell’Hc Bolzano, Ander Amonn, ma, quando lo cercai, era a caccia in Austria. Provai, quindi, il secondo: quello di Aldo Federici, allenatore della Nazionale italiana. Fu gentile. E mi fece conoscere Renato Brivio, difensore milanese e pilastro dell’Italia, disposto a darmi dei consigli».
Da tempo si puntava sui giocatori oriundi, cresciuti in Nordamerica ma in possesso di passaporto italiano, per rafforzare la squadra azzurra. Ma le occasioni andavano colte al volo: «Brivio mi portò con sé in un ristorante. I dirigenti dell’Alleghe erano a Milano per accogliere un altro italo-canadese, Rick Cornacchia».
Un emissario veneto propose a Francella: «Vieni con noi a Jesenice. Farete una settimana di prova, tu e Cornacchia. Poi ti diremo». Giulio ricorda l’impatto durissimo con quella che al tempo era la Jugoslavia: «Era un posto angosciante, pieno di polizia. Dissi alla dirigenza della squadra: “Vi do un’ora: se vi piaccio bene, altrimenti me ne vado”». Un’ora bastò. E Francella divenne un “faro”, per l’Alleghe e per la nazionale.
Poi, nel 1977/78, l’approdo a Torre Pellice: «Per me fu un cambiamento epocale. La squadra era più debole, ma rispetto alla piccola Alleghe qui c’era vita! Il primo impatto con Torre fu il ristorante Flipot…». Era gestito da mamma Rosy, la madre del giovane capitano della Valpe: Mauro Viglianco.
Quattro anni da giocatore, uno da allenatore. Tante sconfitte, qualche bella vittoria, legami di amicizia stretti per sempre: «Come quello con il barbiere Gianni di Luserna… Ogni settimana mi voleva per farmi fare il modello! Ma i capelli non crescevano così in fretta».
«Ho sempre dato il massimo, ovunque – conclude Giulio –. Volevo lasciare un “mark”, un segno». E, indubbiamente, c’è riuscito.

David Enouy, il primo straniero (innamorato) della Valpe

Articolo comparso su Le Valli del 15 luglio 2020.

Era stato il primo straniero nella storia dell’H.C. Valpellice, quasi un marziano sotto al Vandalino, in quel 1972. David Enouy arrivava da Kirkland Lake, nell’Ontario: grande Nord canadese, spazi immensi e foreste.
Tutto era piccolo, nella vecchia Italia: si sorprendeva che da Torre Pellice a Luserna San Giovanni si potesse arrivare a piedi, mentre lui, per lasciare la sua cittadina, doveva prendere l’aereo! Anche l’hockey, che per la Valpe era quello della Serie B, era “piccolo”. Ma lui s’innamorò dell’ambiente, dei colori, della gente e del posto, rimanendo per otto stagioni, fino al 1980, le ultime quattro in A. Si era costruito anche una famiglia. Poi, la nostalgia dei grandi spazi canadesi è stata troppo forte: quindi era tornato a casa, senza mai recidere del tutto i contatti con la valle che l’aveva amato in pista e fuori, per le sue doti tecniche e per la sua simpatia travolgente.
David Enouy è morto la notte tra il 12 e il 13 luglio, stroncato a 71 anni da un infarto. La notizia è stata comunicata ai suoi vecchi compagni e tifosi dalla ex moglie, Mariolina, attraverso le reti sociali. «Eravamo quasi gemelli: io del 4 agosto 1949, lui dell’11 – ricorda Giovanni Cotta Morandini, bandiera della Valpe -. Il suo ingaggio era stato un “capriccio” di mio padre (l’Avvocato Cotta, ndr), una sorpresa che da presidente volle fare alla squadra. David era stato testato e poi “tagliato” dal Cortina. Quindi arrivò da noi, con il suo piccolo bagaglio. Una persona eccezionale, simpatica, buona. Anche in pista, nonostante un grande fisico, non era mai cattivo. Aveva un dribbling molto largo: si faceva mezza pista ma arrivava sempre in porta».
«Nessuno di noi parlava inglese – ricorda Mauro Deusebio, giornalista, uno dei pilastri su cui poggia la storia del nostro hockey -. Ma il suo carattere solare lo aiutò ad ambientarsi subito. Legò in particolare con Gino Riva». S’insegnavano reciprocamente la lingua: «Ma la maggior parte erano parolacce!».
«I soldi erano pochi e ogni anno il contratto era più magro, ma lui tornava sempre», aggiunge Cotta Morandini. «Ci frequentavamo anche fuori dalla pista, con le mogli. Uno spirito libero, un ragazzo semplice, pieno di stupore per le cose “antiche”. La sua pettinatura fece tendenza e anche il suo vezzo di giocare senza calze: in molti vollero imitarlo, con gravi problemi di vesciche».
Alla Valpe teneva tanto, al punto da segnalare più di un giocatore adatto a rinforzare il team: «Grazie a lui vennero il portiere Valentini, l’ex compagno di università Guimond, l’ex Nhler Giannini, che era un suo compaesano», indica Deusebio.
«Ricordo che mi mostrava The Hockey News, la principale rivista specializzata canadese, che riportava le statistiche di quest’ultimo, sulla carta un campione».
Ma per dedizione e stile di gioco l’”umile” Enouy (per gli standard nordamericani) si rivelò molto più importante per la causa della Valpe: 191 reti, tra Serie A e B. Solo Petrov si avvicina, nella storia biancorossa.
Tanti i ricordi che affiorano nella mente: «David volle andare al casinò a Montecarlo, ma non ci fecero entrare perché non avevamo la cravatta e la gendarmerie ci prese per dei poco di buono – sorride commosso Cotta Morandini -. Allora finimmo a Grenoble, non proprio dietro l’angolo, per vedere Italia-Cina di hockey. Avevamo poco più di vent’anni…». 
«Nello studio ho una sua foto sorridente, con la scritta “All right”. Ecco, Enouy era così», conclude Deusebio.

Frank De Frenza: «Vi racconto il mio “Miracle”»

Versione completa dell’articolo comparso, in forma ridotta, su L’Eco del Chisone del 4 febbraio 2009.

C’è una pellicola Disney – dal budget milionario – che gli appassionati di hockey su ghiaccio conoscono a memoria: si chiama “Miracle”, è del 2004 e racconta del “miracoloso” successo degli Stati Uniti sull’invincibile Unione Sovietica alle Olimpiadi di Lake Placid del 1980.
«Se ci credete, tutto è possibile», è la frase cult attribuita nel film a Herb Brooks, mitico coach della Nazionale a stelle e strisce: un mantra che tanti a Torre Pellice ripetono, per spingere l’Hc Valpellice al “suo” miracolo sportivo (rivincere il campionato dopo 33 anni). Pochi sanno, però, che tra quel team immortalato sul grande schermo e la Valpe esiste un trait d’union in carne ed ossa: Frank De Frenza.
Il 34enne di Burnaby (Canada), oggi ala dei biancorossi, ha infatti recitato nel film diretto da Gavin O’Connor: «È stata una grande esperienza. Si lavorava anche 13 ore al giorno e il pubblico faceva file lunghissime per assistere alle scene girate sul ghiaccio – racconta Frank -. Il biglietto d’ingresso sul set costava 10 dollari. Ricordo che un giorno, prima di poter entrare, la gente dovette attendere a lungo: ingannò l’attesa assistendo su un grande schermo alla cronaca completa di tre partite di Nhl, di cui due concluse all’overtime!»
Le riprese del film furono un evento per tutto il British Columbia, perché “Miracle” fu girato nello Stato canadese dove sorge anche Vancouver.
L’arena olimpica di Lake Placid fu riprodotta ad Abbotsford. La ricostruzione delle partite che portarono gli Stati Uniti alla medaglia d’oro fu precisissima. E De Frenza fu scelto tra duemila candidati come attore-giocatore: «Ogni giorno di casting, un pool di tecnici, tra cui Ryan Walter dei Vancouver Canucks, sperimentava le nostre doti sul ghiaccio e faceva la sua scelta. Avevamo un numero sul petto. Alcuni venivano eliminati appena mettevano i pattini in pista. Con altri, invece, fu una bella sfida, perché si fecero avanti ottimi atleti: come Sasha Lakovic, che in precedenza aveva disputato un centinaio di partite in Nhl con Calgary e New Jersey: a lui toccò il ruolo del capitano sovietico, Boris Mikhailov».
Alla fine, i prescelti furono appena 25, Frank compreso. Hockeysti professionisti che hanno avuto ruoli da comprimari e da controfigura nelle scene di gioco: «In realtà, anche gli attori che impersonavano gli atleti degli Usa se la cavavano con i pattini». Tra i più famosi (a parte Kurt Russel, che vanta in carriera ruoli in “Forrest Gump”, “Vanilla Sky” e “Stargate”): Kenneth Mitchell, buon interprete di serial come “Ghost Whisperer” e “Csi: Miami”, ed Eddie Cahill, oggi coprotagonista di “Csi: New York”, già noto come personaggio minore di “Friends”.
«Ragazzi normalissimi, con cui ci si confrontava volentieri e si parlava di hockey», sorride Frank.
Alla fine, la parte di De Frenza in “Miracle” è stata piccola, ma significativa: «Ho impersonato un giocatore della Romania e uno della Russia. Stavo in panchina mentre veniva suonato l’inno sovietico». Una breve pausa: «Non scrivere che sono un attore. Però recitando mi sono divertito. L’estate scorsa mi hanno scritturato per un altro film: “Tooth fairy”: una commedia per bambini anch’essa ambientata nel mondo dell’hockey (sarà nelle sale americane dal prossimo mese di novembre, ndr). Ho dovuto rinunciare perché… mi è giunta la chiamata da Torre Pellice!»
Per il momento, quindi, se si cliccano i siti americani dedicati al cinema, il nome di De Frenza resta collegato al solo “Miracle”. Ma quale appassionato di hockey non darebbe qualcosa per essere stato parte – seppure nella riedizione su pellicola – di quell’impresa memorabile?
Tra l’altro, gli eroi veri di Lake Placid – da Mike Eruzione a Jim Craig – assistettero incuriositi alle riprese del film, suggerendo particolari dettagliatissimi sulle azioni decisive degli incontri e dispensando consigli. Già, i consigli. Ce n’è uno – pronunciato da Kurt Russel nei panni di Herb Brooks – che ha fatto la storia del cinema sportivo. E De Frenza l’ha fatto proprio: «A un certo punto, il coach dice: “Quando indossate quella maglia, il nome davanti è molto più importante di quello che c’è sulla schiena”. Vale anche per la Valpe: se giochiamo per la squadra, possiamo farcela».
Daniele Arghittu

Cesare Bressan: «Che nostalgia per i tiri di polso!»

Intervista a Cesare Bressan pubblicata il 29 marzo 2003 sul primo sito non ufficiale della Valpe. Sono state tagliate alcune parti anacronistiche.

Cesare Bressan, classe 1940, è uno dei cannonieri più prolifici dell’hockey lombardo. Ha sfiorato anche la Serie A, con i Diavoli, dovendo rinunciare al massimo campionato per ragioni di lavoro, ma la sua storia l’ha scritta tra i cadetti, dove era un vero spauracchio per ogni portiere. Compresi quelli della Valpe, che perforò più volte, prima di approdare a Torre Pellice per due stagioni insieme all’inseparabile Sergio Freda.
Ancora oggi (l’intervista risale al marzo 2003, ndr) lavorano insieme: sono presidente ed allenatore dell’Hc Ambrosiana, due volte rivale in amichevole della Valpe, e continuano a dare tutto per la loro grande passione: l’hockey.


Bressan, l’espressione è banale. Ma non posso esimermi dal dire che la tua è stata una vita per l’hockey…

Sono nato a Milano il 18 maggio 1940 ed ho abitato fino al 1971 dinanzi al mitico Palaghiaccio di via Piranesi. I primi colpi di disco li ho tirati sulla strada con i bastoni rotti: allora mancavano i soldi per iniziare a pattinare con la costosa tessera.

L’hockey, in tutti questi anni, è cambiato molto…

Le principali differenze tra l’hockey di allora e quello di oggi? In Serie A, con giocatori professionisti più che ai miei tempi, è aumentata notevolmente la velocità a scapito della tecnica individuale (niente azioni e dribbling), con passaggi in profondità o – peggio – nell’angolo e… correre! Questo guaio è ormai comune al calcio, basket, tennis ed altri sport.
Nella serie inferiori (B, C) si cerca di copiare il modello dei professionisti con maggiori carenze nella tecnica individuale (troppi giocatori non sanno comandare il disco e quindi sono imprecisi nei tiri e nei passaggi. Il tiro di polso è fuori moda e non riesco ad imporlo neanche ai miei.

Da rivale o da atleta di casa, a Torre Pellice hai giocato parecchie volte. Quali ricordi leghi alla valle?

Ho ottimi ricordi di Torre Pellice dove sono stato trattato sempre molto bene e… dove il mio primo figlio ha giocato per ore alla stazione sui treni.
I tifosi, i dirigenti, il giornalista Mauro (D’Eusebio, ndr) ed in particolare l’Avvocato mi hanno colpito per la disponibilità e l’amore per questo fantastico sport.
A proposito, ricordo D’Eusebio prendere le mie difese nei confronti dell’allenatore Gregoretti che non stimava molto i milanesi Freda e Bressan (non capiva i sacrifici dei viaggi, dei mancati allenamenti). Mauro, invece, spingeva per farci integrare velocemente con la squadra.
Da rivale rammento un incontro tiratissimo dove avevo ferito sulla vecchia pista il portiere (allora senza maschera) e… fui difeso dall’Avvocato dopo alcune minacce ricevute.
Un altro nitido ricordo, più recente, è legato ad una partita decisiva – credo col Cervino – dove l’allenatore Bedogni mi chiese di fermare e di seguire come un’ombra il fortissimo Omar (De Biasio, ndr) e, grazie anche a due bastoni rotti, ci riuscii. Vincemmo l’incontro.

Chi ti convinse a fare un’esperienza nella Valpe?

Mi contattò e mi convinse il portiere Rinaldi, anche se mia moglie era contraria per la lontananza, il rischio viaggi con nebbia e i rientri notturni alle 3 o alle 4, con un lunedì lavorativo normalmente pesante. Oltre a Giovanni (Cotta Morandini, ndr) e morosa, che cercavano sempre di rendere meno noiose le attese domenicali prima della partita (io non amavo come altri il bar), ricordo con piacere Saletta, il giovane Viglianco, Enouy e il povero Manfroi.

Tra i tanti giocatori che hai incontrato in carriera, chi ti ha fatto la migliore impressione?

Peter Holzner, mio temutissimo avversario, forte e corretto rivale altotesino.

Sei stato aggregato anche ai Diavoli, squadrone di Serie A. Che momento è stato nella tua carriera?

Due volte i Diavoli hanno tentato di trattenermi ma i suggerimenti della mia povera mamma («Con l’hockey non mangi!») mi hanno convinto a limitare la carriera, per non danneggiare il lavoro. Ricordo con lucidità il mio grande dispiacere dopo i primi allenamenti e le prime amichevoli a Milano, quando giunse la convocazione per una partita infrasettimanale in Francia e io dovetti rinunciare per motivi di lavoro.

Walter Bianchini: «La Valpe, il tifo e una cravatta»

Nella giornata in cui si è diffusa la triste notizia della sua morte, all’età di 86 anni, rendiamo onore a Walter Bianchini, uomo di sport a tutto tondo, anima dell’hockey torinese, grande rivale in tante battaglie, ma anche uomo Valpe nel 1956/57 e in numerose amichevoli. Lo facciamo ripubblicando un’intervista che gli avevamo proposto oltre vent’anni fa, il 10 dicembre 2002.


C’è un signore che gioca ad hockey che, nel 2004, festeggerà i 50 anni. Detta così, sarebbe già una notizia eccezionale. Quale aggettivo usare, allora, se il mezzo secolo di cui parliamo non corrisponde all’età anagrafica ma addirittura alle stagioni in pista? Sissignore, Walter Bianchini, “esperto” atleta oggi avversario della Valpe in C (gioca nel Giugoma Torino), è nato il 19 marzo 1937. Ed è hockeysta dal 1954…
Mi piacerebbe sapere se è un record mondiale! Comunque, direte voi, cosa c’entra con l’Hcv? C’entra eccome, perché Bianchini, oltre ad essere fiero rivale di parecchie generazioni di giocatori valligiani, ha indossato per un anno anche la storica maglia rossa della Valpe anni ’50. Eh, sì: pochi lo ricorderanno, ma sulla pista del Blancio, a difendere i nostri colori, nel ’56/’57, c’era anche questo giovanotto torinese di belle speranze…

Signor Bianchini, ma come fa ad essere ancora in pista a 65 anni?
Forse perché non mi sono mai fermato. Sarebbe stata dura rientrare dopo una pausa! Invece mi alleno e gioco regolarmente. E finché il fisico regge…

C’è da non crederci. Eppure, leggendo la formazione dell’Hcv nel campionato di Promozione 1956/57, c’è un Walter Bianchini ed è proprio lei! Come mai, tra l’altro, un torinese orgoglioso venne a giocare in Valle?
Perché… ero troppo vecchio! Avevo esordito nel ’54 tra i giovani del Torino. Dopo due stagioni, l’allenatore, Willy Colombo (ben noto anche in casa Valpe, ndr), mi disse: «Per questa squadra sei “fuori quota”, mentre per il Fiat Torino di Serie A devi ancora crescere. Vai un anno in prestito a Torre Pellice…».

In questa preziosa e rara fotografia, trovata online, e di cui ci piacerebbe segnalare la proprietà, si notano diversi atleti torinesi in maglia HC Valpellice. Stando ai ricordi di Walter Bianchini (secondo in piedi da sinistra), la stagione sarebbe la 1956/57, quando diversi elementi del Torino furono portati a Torre Pellice dall’allenatore Willy Colombo (in centro alla fila). Tra gli altri ci sarebbero Mazza, Castiglioni, Cicogna, Arlorio, Bazzoli… Ci aiutate a identificarli?

E lei che ricordi ha di quella esperienza?
Diversi. E molto belli. Seguirono la mia strada altri due giocatori torinesi: “Penel” Banioni e “Moretto” Berra. Venivamo su in treno ed il titolare dell’Hotel du Parc, Michelin Lausarot, ci offriva il pranzo. Mi sentivo quasi… un professionista! Nel Valpellice c’erano Ayassot, Cavagnero… Gli avversari erano i soliti dell’epoca: Amatori Milano, Bocconi… Ricordo di avere segnato un gol con una specie di liberazione da una porta all’altra. Avevo tirato per evitare di finire col disco in quella zona del laghetto Blancio dove il ghiaccio era sottile, per via della vicinanza della sorgente! Il portiere avversario rimase sorpreso e si fece passare il disco in mezzo alle gambe. Poi rammento le trasferte, su quel pullman pieno di tifosi: era una festa.

Poi tornò a Torino. E divenne un avversario dei più odiati (sportivamente parlando)…
Capita, nello sport. E voi a Torre siete dei tifosi così caldi! Nel libro “Hockey Valpe, storie e leggende di un mito” ricordate un episodio che mi ha visto protagonista. Ora vi do la mia versione. Si giocava a Torino un Sestriere-Valpe ed io ero allo stadio per vedere mio fratello Sergio che giocava nella squadra del Colle. Scesi nel corridoio tra le due panchine, insieme al mio amico Loffredo (portiere che fu anche della Valpe, ndr). In tribuna c’era un centinaio di tifosi di Torre Pellice. Verso la fine, Sartori segnò la rete decisiva per il Sestriere ed io esultai. Apriti cielo: fui caricato di improperi dai fans torresi, tanto più che moltissimi mi conoscevano. Io risposi: non mi sono mai tirato indietro. Decine di persone si accalcarono dietro la panchina: allungarono le braccia per prendermi il collo. Io pensai bene di afferrare una di quelle braccia e di tirare: la panchina cadde e ci trovammo a contatto. Le squadre si fermarono, vedendo il parapiglia, e accorsero per vedere cosa stava succedendo. Poteva davvero finire male. Loffredo mi disse: “Walter, stai calmo. Non muoverti”. Anche i tifosi non sapevano cosa fare. Fino a quando un signore piccolino, il responsabile del materiale della Valpe, mi si avvicinò con un paio di forbici e mi tagliò la cravatta. La cravatta! Una cosa che ho sempre considerato sacra! Non reagii, ma poco dopo, al bar dello stadio, pizzicai quel signore da solo, mentre beveva una birra. Uno contro uno, penso proprio che temette la mia vendetta: da buon difensore, ho sempre menato (o, meglio, caricavo il giusto!). Intervenne il presidente Cotta, che mi disse: “Walter, te la ricompro io la cravatta!”. Accettai queste parole come delle scuse…

Sia detto con simpatia: lei è proprio un torinese, lo sa?
Beh, però con Cotta sono sempre stato amico. Ricordo che, molti anni dopo (il 10 novembre 1991, ndr), venni a giocare a Torre Pellice con il Torino Centrale del Latte. In squadra avevamo Pietroniro, un atleta fortissimo (fece sei gol, ma la Valpe vinse 17-9, ndr). Dopo una sua discesa, io ripresi il disco respinto dal portiere e insaccai. Nel silenzio dello stadio, sentii il presidente Cotta – in panchina – che applaudiva: aveva apprezzato che un ragazzino di 54 anni avesse segnato!

C’è andato vicino anche pochi giorni fa, in Valpe-Giugoma 10-1…
Attendevo il disco sulla linea blu d’attacco e i difensori della Valpe mi snobbavano un po’. Poi, dopo che per due volte sono riuscito a tirare, hanno iniziato a fermarmi senza troppi complimenti. Comunque ha fatto gol Marchetto, che di anni ne ha 50…

Lei è uomo di sport. E’ stato azzurro nel 1966, in occasione delle Universiadi a Torino. E per questo è stato premiato dall’associazione Azzurri d’Italia…
Inoltre, dal 1982, sono segretario del Panathlon di Torino. E’ un’associazione che segue tutti gli sport, premiando chi si distingue per il fair play. L’ultimo riconoscimento è toccato a Giancarlo Camolese, l’allenatore esonerato dal Torino Calcio… Ma adesso mi lasci andare: alle 21 ho allenamento!

(intervista a cura di Daniele Arghittu, pubblicata sul sito non ufficiale dell’H.C. Valpellice il 10 dicembre 2002)

Paolo Nicolao:
«A Torre ho scoperto me stesso»

L’inizio del campionato 2022/23, sabato 24 settembre, propone ai giovani del Valpellice Bulldogs un debutto di fuoco. Misureranno immediatamente le proprie ambizioni affrontando, sul ghiaccio amico, una squadra di valore: il Valdifiemme. Tra i pilastri dei trentini, oggi 31enne, c’è un atleta che – esattamente dieci anni fa – arrivava a Torre Pellice con un viso da ragazzino e un carico di speranze tipico dell’età: Paolo Nicolao (vedi scheda).

Paolino, nella vita professionale, potrebbe fare il promoter della Val Pellice, tanto gli occhi gli s’illuminano quando ne parla. Certo, esiste un presente, cui – ovviamente – è votato. Ma la nostra chiacchierata, lo vedrete, vivrà momenti di grande emozione specialmente quando sarà declinata al passato.

«Non vedo l’ora di tornare a giocare al Cotta Morandini – premette il centro del Valdifiemme –. La Valpe è una neopromossa, noi siamo vice-campioni in carica, ma le partite, a inizio stagione, sono tutte un punto di domanda: dipende molto dal grado di preparazione con cui ci si presenta all’appuntamento. Inoltre, le squadre che si affacciano per la prima volta al campionato, proprio come quella torrese, esprimono sempre grande entusiasmo: ogni giocatore ha voglia di mettersi in mostra sul nuovo palcoscenico».

Da parte di Nicolao non è un discorso di pretattica, di pura scaramanzia. Paolo sa bene quanto questa Valpe sconti i limiti del noviziato: «È giusto porsi con umiltà – ammette –: la mancanza di due stranieri capaci di “fare le giocate” può farsi sentire. Il gruppo della Valpe, tuttavia, è coeso e, soprattutto, ha già dimostrato di saper vincere. Non dimentichiamo, infine, che gli elementi di esperienza non mancano affatto: penso a Pozzi e Rosso, o ai miei grandi amici Canale e Mondon Marin».
Pronostico aperto, dunque? «Rispetto alla finale di pochi mesi fa, noi abbiamo cambiato mezza squadra – evidenzia –. C’è chi ha smesso, come Rudi Locatin. Gabriel Vinatzer, il top scorer, è passato al Caldaro, mentre il portiere Simone Peiti, grande punto di forza, è salito in Alps con l’Unterland. Proprio da Egna è arrivato, al suo posto, Moritz Steiner, che partirà titolare per la prima volta in carriera, dopo gli ottimi play off disputati la stagione passata, anche contro di noi. Grazie al rapporto di farm team sottoscritto con l’Unterland, potremo avvalerci di tante altre promesse… Ma della vecchia guardia, a Cavalese, siamo rimasti in pochi: Derek Eastman, che gioca come italiano essendosi sposato in Val Gardena (i tifosi della Valpe lo ricorderanno, appunto, nel Gherdëina o nel Vipiteno, ndr); Enrico Chelodi, il capitano (che ha appena compiuto 40 anni, ndr); i due gemelli svedesi Oscar e Victor Ahlström, provenienti da Merano (avete presente i gemelli Sedin che giocavano a Vancouver? Qualcosa di simile, fatte le debite proporzioni!, ndr); e infine io».

Nicolao, da quando ha lasciato l’ombra del Vandalino per tornare nella natía Cavalese, non ha mai fatto gol a una squadra torrese: «Ho incontrato due volte la ValpEagle, in Ihl, e in entrambe le occasioni sono rimasto “a secco”. Intendiamoci: se dovessi andare in rete, farebbe parte del mestiere. Ma non è una cosa che sogno: non ho rivincite da prendermi».

Un pezzo di cuore, è chiaro, è rimasto a Torre Pellice. «Sono arrivato da voi che ero un ragazzo, me ne sono andato che ero… un ragazzo grande. In valle ho scoperto chi era il vero Paolo. Ancora oggi, a Cavalese, per qualcuno sono “Paolino Valpellice”: quando si gioca contro di voi, tutti mi chiedono consigli e informazioni».

Nicolao (primo da sinistra) con la maglia giallonera del Valdifiemme (archivio Paolo Nicolao).

PRIME ESPERIENZE A TORRE

Aveva 21 anni, Nicolao, quando giunse per la prima volta a Torre Pellice. Non era alla sua prima esperienza hockeistica lontano da casa, avendo già giocato a Fassa e – soprattutto – tre stagioni a Pontebba.

Arrivò in biancorosso in seguito allo smantellamento della squadra friulana, insieme al general manager Fabio Armani e a nomi altisonanti come quelli di Brian Ihnačak, Slavomir Tomko e Nick Anderson. «Avevo già firmato un contratto con l’Ev Bozen, in A2, cominciando la preparazione con loro. Una clausola, però, mi permetteva di liberarmi in caso di offerta da un club di Serie A. Alla fine, l’insistenza di Armani ebbe la meglio sulle mie ritrosie. Sapevo che Torre era una piazza calda, con tanta pressione. E non nego che la cosa mi spaventasse un po’. Ricordo il primo viaggio, lunghissimo, da Cavalese a Torre Pellice: dieci ore sotto la pioggia, da solo, al volante della mia Alfetta. Ero atteso al Cotta Morandini e ogni tanto ricevevo una chiamata: “Dove sei?”. Arrivai che ero sfinito. Ma già la prima sera, Matteo Mondon Marin – che conoscevo per averlo ospitato una notte a Pontebba mentre si recava in Slovenia per aggregarsi alla Nazionale – volle portarmi al laghetto di Bobbio…».

A volte il destino ha dei luoghi prediletti e la Val Pellice si è sempre dimostrata “fortunata”, per Paolino: «Al vecchio Filatoio avevo vinto uno Scudetto Under 14 con il Fiemme. Ricordo che dormivamo all’hotel Gilly e un grande cartello annunciava la costruzione del nuovo stadio: proprio quello in cui avrei giocato anch’io».

Con la maglia del Pontebba, a dirla tutta, Nicolao aveva già testato il Cotta Morandini, il 3 dicembre 2009, segnando perfino: «Ma quella partita, trasmessa in diretta tv da RaiSport, non è certo passata alla storia per il mio gol, bensì per quello del portiere della Valpe Craig Kowalski! Eravamo andati in vantaggio 0-4 a metà gara, finimmo per perdere 7-4 con palombella del goalie a porta vuota…».

Meno di tre anni dopo, sulla stessa lastra ghiacciata, Paolino si sarebbe specchiato per la prima volta in biancorosso: colori destinati a diventare la sua seconda pelle.

 

UN ANNO PER SENTIRSI A CASA

«La prima stagione mi concentrai anima e corpo sull’hockey. Ero consapevole che, per alcuni, un giocatore giovane come me “rubava” il posto a un coetaneo del luogo. Dovevo farmi apprezzare sul campo. Sportivamente, fu bellissimo. Vincemmo la Coppa Italia e sfiorammo lo Scudetto: risultati mai ottenuti prima nella storia! Torre Pellice mi portava davvero fortuna e, al contempo, mi sentivo una specie di talismano per la Valpe».

Una spalla dolente e un’operazione da affrontare in estate non stemperarono l’entusiasmo per la nuova avventura, datata 2013/14: «È stato il mio anno migliore. Giocavo a fianco di Strong e Nunn, oppure di Brian Ihnačak. Da centro di vocazione, mi sono adattato al ruolo di ala: ma accanto a simili giocatori, sono riuscito a mettere a segno tanti punti. Mi sono preso il posto in squadra, e, soprattutto, nel cuore dalla gente. Di quella stagione ho ricordi stupendi in pista, ma ancora di più lontano dal ghiaccio. Ho cominciato a sentirmi uno di voi».

La voce, che arriva via telefono da Cavalese, tradisce tanta emozione: «Penso di aver conosciuto… tutti! Nico che mi ha insegnato La bergera, Ivan e Luciano, la gente al bar di Torre o di Bobbio… Soprattutto, ho incontrato il vero Paolo: prima ero troppo giovane, dovevo ancora capirmi fino in fondo».

Sentirsi a proprio agio aiuta a esprimersi in pista: «Ricordo l’intervista in occasione della prima convocazione in Nazionale. “Te lo aspettavi?”. “Onestamente no”. La seconda, invece, era ormai nell’ordine delle cose». Si chiama acquisizione della consapevolezza.

Il ricordo della terza stagione a Torre Pellice, in verità, è un po’ opaco: «Cambiammo l’allenatore e tanti giocatori. Non tutto andò per il verso giusto e si manifestarono diversi problemi economici. La definirei l’annata hockeisticamente peggiore».

La quarta, invece, è stata indimenticabile. «Nel 2015/16 portammo a casa una Coppa Italia che è storia, come e più della prima. Ci imponemmo nella final four di Brunico, battendo in finale i padroni di casa con una rete di Ilić! E lo facemmo in un contesto davvero particolare: mancavano i soldi al punto che al Cotta Morandini le docce erano gelate. Quel trionfo ha un posto privilegiato nel mio cuore perché, a differenza di quello del 2012/13, l’ho condiviso con degli amici. La prima Coppa Italia è stata un’emozione personale, la seconda di gruppo. Con Pietro Canale e Matteo Mondon Marin formavo la “green line“, la linea d’attacco preferita dall’allenatore Tom Barrasso. Ce lo ripeteva sempre e lo fece anche nei Quarti di finale disputati contro l’Asiago, che riuscimmo a trascinare, clamorosamente, a Gara 7: “Siete la chiave della serie”. In Gara 1 ci schierò contro i più forti tra i veneti: Ulmer, Bentivoglio e Luciani. Non solo non subimmo gol, ma ne realizzammo due! Il segreto? Sentivo di giocare con accanto due fratelli. Un’emozione mai provata prima e che, difficilmente, sperimenterò ancora. Quell’anno ne passammo talmente tante che il gruppo si cementò. A causa della crisi societaria, non percepivamo denaro: chi è rimasto a Torre fino alla fine, l’ha fatto solo per il piacere di divertirsi, come succedeva quando eravamo bambini. Il general manager Armani è sempre stato bravo a trovare stranieri forti e con la giusta mentalità, il coach Barrasso infondeva a tutti una grande tranquillità, il pubblico ci trascinava. L’Asiago, alla fin fine, ha dovuto proprio sudarsela, la qualificazione alla semifinale!».

Forse, la già citata Gara 1 con gli asiaghesi, vinta 4-7 in trasferta il 1º marzo 2016, è stata la partita più bella di Nicolao in maglia Valpe. «Ne ricordo un’altra a Milano, il secondo anno con Mike Flanagan sul pancone (2013/14, ndr). Brian Ihnačak, a fine gara, volle assegnarmi l’elmetto che, in spogliatoio, contrassegnava il miglior giocatore. Lo fece con un rispetto davvero inatteso. Non amo parlare di me, preferisco ragionare a livello di linea: ma in quella stagione mi sentivo davvero di poter “spaccare”».

Il sogno valligiano si è concluso bruscamente, per Paolo Nicolao, nell’estate 2016, con la rinuncia alla Serie A da parte dell’H.C. Valpellice. «Ho dovuto tornare a casa e trovarmi un lavoro, perché in Val di Fiemme non si vive certo di hockey. Forse, se non fosse successo quel che è successo, questa chiacchierata la staremmo facendo al Cotta Morandini, condividendo una birra tra “torresi”… Probabilmente, però, le cose sono andate come dovevano andare. Sono legatissimo alla mia terra d’origine e alla mia famiglia: era tempo che tornassi a casa, con nuove consapevolezze».

Una pausa prelude a un’ultima, simpatica confessione: «Sai che il primo anno a Cavalese andavo all’allenamento indossando il berrettino “Cuore Valpe”?».

La “green line” della Valpe di Tom Barrasso: da sinistra, Pietro Canale, Paolo Nicolao e Matteo Mondon Marin (archivio Paolo Nicolao).

(contenuto originale Hockey in Val Pellice – L’Ora del Pellice)